Erri De Luca: distacco, protesta, clandestinità, comunità

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Per la giornata del 6 marzo è stata organizzata un’interessante iniziativa da Ricomincio dagli Studenti, L’Evoluzione della protesta – dagli anni di piombo ad oggi con ospite Erri De Luca, famoso scrittore e giornalista italiano. Una delle prime cose che colpisce è l’espressione che fa quando sente definirsi come una delle figure più carismatiche, come se non si sentisse adeguato a ricoprire questo ruolo. Poi c’è quel calore che principalmente il sud ti porta ad avere: infatti, appena gli viene posta una prima domanda sui modi di evoluzione della protesta prende il microfono e si alza dicendo: “mi metto in piedi sennò non vi vedo, sono arrivato fino a qua”.

Erri si definisce non uno studioso né un testimone, ma uno di parte. Con questa prima precisazione inizia a parlare dei suoi anni, della sua gioventù, una gioventù di cui non sente nostalgia tanto non c’ puoj turnà ca tieni affà! Gioventù in cui la differenza demografica tra anziani e giovani era alta: i giovani erano consapevoli di essere tanti e di costituire una massa sia all’interno delle fabbriche sia all’esterno. Non bisogna dimenticare che si parla pur sempre della prima generazione italiana che subì la prima istruzione di massa. Proprio grazie a questa consapevolezza di esser massa si protestava per i diritti di tutti.

Non bisogna inoltre dimenticare l’appartenenza al Novecento, non un secolo qualsiasi ma il Secolo dal punto di vista rivoluzionario. Prima, a differenza di oggi, non si faceva protesta per risolvere un problema che potremmo definire interno e circostanziale. Ora si protesta all’interno di una piccola comunità e non si guarda alla realtà esterna, mentre prima la protesta era infettiva.

Tant’è che gli anni di piombo sono ribattezzati da Erri in anni di rame. Perché? Perché è il rame a essere il miglior conduttore e lo Stivale è visto come un circuito elettrico in cui non c’è una differenza tra ciò che accade a Nord e nel Sud di noialtri. Si scendeva in piazza anche per il Vietnam, si bloccava il quotidiano. Cosa che non accade oggi dove troviamo scioperi frammentati fondamentalmente perché, lo conferma Erri, siamo pochi.

I giovani vogliono sentirsi anziani e si sta diffondendo una sottomissione al mondo adulto, è per questo motivo che a noi non è consentita la protesta. Siamo passivi e con il sogno comune di andarcene, eppure ci tocca risanare questo Paese indebolito dalla corruzione e dalla mala informazione. C’è urgenza di informare.

Eppure nonostante ciò l’Italia è uno dei paesi con il maggior numero di volontari che consentono al Paese di aggiornarsi e di non bloccarsi. Dopo le domande poste dai moderatori Matteo Scalabrino e Paolo Palladino è toccato al pubblico. Una delle domande più sentite è stata posta da un ragazzo che voleva sapere se si fosse mai sentito solo all’interno di una protesta. Gli occhi azzurri di Erri s’incupiscono per una frazione di secondo, lo guarda e dice che si è sentito di passaggio nel deserto nel momento in cui si è trovato espulso da quel noi, quando c’è stata la disgregazione del pronome. A confronto con l’esponente di una generazione che ha trovato una comunità che lo accogliesse nel comune e non nell’individualità.

L’iniziativa termina tra autografi, sorrisi, sguardi, foto e ringraziamenti. Siamo usciti da quell’aula con più consapevolezza, del passato e di ciò che dobbiamo fare.

Foto di Alessandra Catalano

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