Meglio non perdersi in preamboli inutili: Superbattito, l’album d’esordio di Gazzelle, è una delle piccole perle indie di questo 2017. Sarà per la predominanza cromatica del rosa fenicottero o sarà per l’abilità con la quale riporta alla mente quella ragazza che hai frequentato per un po’ nel 2014, chi può dirlo. Fatto sta che questi ventisei minuti – ripartiti in otto brani – scorrono uno dietro l’altro in un vortice ebbro di tensione, ricordi ed emozioni, trascinando l’ascoltatore sulle montagne russe dei propri sentimenti. Ognuno a modo suo, c’è da dire.

Impossibile ad esempio non schiacciare ripeti dopo aver ascoltato Zucchero Filato, il brano usa e getta per eccellenza di questo album. Ma Superbattito non è solo casual hit e foto pruriginose: è anche nello stesso tempo ripresa e stravolgimento di numerose esperienze musicali. Confinare il fenomeno Gazzelle all’interno di un genere prestabilito sarebbe però riduttivo: mai come in questo caso sembrano irrilevanti categorie come synth pop, sexy pop, inserire-una-parola-a-caso pop. Ascoltando l’album di debutto del cantautore dal volto sfocato l’impressione che arriva è quella di trovarsi di fronte a qualcosa di fresco, nuovo. Qualcosa di già sentito sì, ma non in questa veste.

Probabilmente il suo essere godibile e allo stesso tempo ricercato fa di Superbattito uno dei must del 2017, nonostante il suo costante strizzare l’occhio al passato musicale di Roma e dintorni. Ma si tratta di un occhiolino abbastanza vago, che non sconfina mai in un fastidioso tic all’occhio, per così dire. Il debito nei confronti della produzione di Calcutta è innegabile, tanto da spingere Rolling Stone a parlare di Gazzelle come di un Calcutta sotto oppiacei. Che vi piacciano o meno Calcutta, Oroscopo e le oltre cento date del suo tour, sarebbe in ogni caso errato negare che abbiano rappresentato uno spartiacque indelebile per il pianeta indie italiano. E così non c’è da meravigliarsi che Superbattito ricordi Mainstream in alcuni frangenti, soprattutto perché lo fa con un’ingenuità del tutto particolare. Se aggiungiamo a questo un background personale estremamente eterogeneo che spazia dagli Oasis al rap italiano, Alea iacta est.

Dal punto di vista strettamente musicale nei brani di Gazzelle le chitarre tendono a scarseggiare (fatta eccezione per Balena e poco altro); ad immergerci nelle batoste amorose di Flavio sono invece i synth, il cui uso è davvero magistrale (Tommaso Paradiso apri bene le orecchie qui): sempre caldi ed essenziali, rappresentano il cuore pulsante di questo progetto musicale ed uno dei motivi che spingono chi scrive a rimarcare l’assoluta freschezza dell’artista romano.

Ah già, Roma. La Capitale, oltre ad essere la terra natia di Gazzelle, sta attraversando un momento delicato e dal punto di vista politico e da quello culturale. È una città che si riempie la bocca di citazioni di Ettore Scola e organizza eventi per ricordare Pasolini ma che manca di una visione complessiva dell’humus culturale capitolino. Come osservava qualche tempo fa Christian Raimo, a Roma l’arte, la cultura, la vita sono state sostituite dalla sicurezza e la legalità.

Peccato che

la legalità in questa città sono le crostacerie, le hamburgherie, le lasagnerie, le tiramisuerie, i negozi di patatine olandesi, l’invasione di posti per sbocconcellare a trenta euro a persona che si chiamano “officine della nduja”, “smart trattoria”, “liquidi e solidi”, i diecimila locali in cui si fa un’apericena con gli alcolici del discount mescolati, un po’ di riso scotto e verdurine bruciacchiate […].

Lungi da me gridare al crollo socio-politico della capitale (ci pensano già i media d’altronde) soprattutto perché non sarebbe questo né il luogo né il modo giusto. Tuttavia una cosa, come explicit di questa recensione, va detta. In mezzo a tanto sensazionalismo mediatico, le parole di Raimo appaiono ancora più eloquenti se confrontate con i dati che emergono dal sottobosco musicale romano: le serrande giù su luoghi di culto come il Circolo degli Artisti o il Dal Verme (o la recente chiusura del Quirinetta) hanno testimoniato lo stato di crisi in cui versa l’industria artistica dell’Urbe.

Eppure Roma è una città strana. Perché nel momento in cui la città tocca uno dei suoi bassi più bassi, l’indie de Roma vive uno dei suoi momenti più vividi e belli. E il disco di Gazzelle può essere considerato come l’agognato arrivo del percorso tracciato dal roman pop in questi anni.