Dio benedica le litigate

Capita a tutti, prima o poi, di ritrovarsi a fissare uno schermo buio aspettando una risposta.

C’è chi aspetta che la partita di calcetto venga confermata, chi cerca di capire dove si farà l’aperitivo, chi vorrebbe sapere se i capitoli da studiare per l’esame sono “solo quelli o ce ne sono altri?”.

Qualunque sia la risposta attesa, ognuno di noi sa che sarà il proprio telefono a darla. Uno squillo, un lampeggiare, una leggera vibrazione sotto il cuscino. Da un oggettino di dieci centimetri dipendono uscite, pranzi, cene, appuntamenti e a volte anche l’equilibrio di una relazione.

Sì perché tra una spunta blu ed una grigia, tra un ultimo accesso ed una foto cambiata, portiamo avanti relazioni sempre più triangolari: tu, io ed il mio telefono. Tu, io e il buongiorno che aspetto. La buonanotte che pretendo, con il cuoricino finale, se possibile. Non solo accettiamo che la tecnologia sia parte integrante dei nostri legami affettivi, ma pretendiamo anche molto da lei e da chi la usa come noi. Ci aspettiamo, in primis, che dall’altro venga utilizzata per soddisfare le nostre richieste.

Volenti o nolenti, ci sarà sempre un testimone pronto a ricordare momenti belli, brutti, luoghi, persone, compleanni, posti che hanno fatto parte della nostra vita. Anche solo per una sera, anche solo per qualche ora.

Basta premere qualche tasto, scorrere un po’ qua e là, per ripercorrere le nostre esistenze e i nostri ricordi in giro per il mondo.

Basta una chiamata per sentirci più vicini. Un messaggio, per volerci più bene. Ma è quando la comunicazione attraverso i dispositivi manca, per volere della persona con cui interagiamo, che le cose si fanno difficili. Quando quella risposta virtuale che tanto bramiamo non arriva e le nostre aspettative crollano.

Le chat, i messaggini, i social, hanno reso tanto semplice il dialogo quanto il silenzio. Se tu ed io stiamo parlando faccia a faccia, non puoi girarti e non rispondermi. O meglio, lo puoi fare, ma non lo fai. Perché nella conversazione ci stai dentro anche tu. Ci siamo tu ed io, siamo esseri fisici, che parliamo, ci raccontiamo cose, alle volte litighiamo.

Già, perché nella vita ci si vuole bene, ma si litiga anche. E che Dio benedica le litigate in vecchio stile!

Quelle in cui si alza un po’ la voce, in cui ci scappa una parolaccia di troppo. Quelle in cui si perde la pazienza per qualche secondo, in cui si è coinvolti psicologicamente e fisicamente. Si arrossisce, si sputacchia. E spesso ci si chiede scusa.

Dio le benedica, quando non sono esagerate, perché non ci si volta mai le spalle. Non si nasconde una presenza, nessuna parola resta “non visualizzata”, nessuna persona viene materialmente bloccata. Non esistono silenzi eterni e non tutte le parole restano nella nostra memoria. Dio benedica anche la capacità di dimenticare e quella di perdonare.

Sia chiaro, nessuno deve sentirsi obbligato a rispondere: anche i silenzi sono sacri. Ma quelli reali, pesati sulla nostra pelle e su quella di chi li ascolta e li sa decodificare.

Nella sociologia il conflitto è un tipo particolare di interazione sociale, in cui degli individui fanno comunque un’esperienza: quella di incompatibilità. E se non c’è dialogo, non c’è lite, non c’è voce, non può esserci interazione. Non può esserci esperienza, si è compatibili con tutti e con nessuno, si hanno milioni di amici e non se ne conosce a fondo neanche uno. Almeno le liti, quelle spinte da passione, che si risolvono in maniera costruttiva, teniamocele care. E sempre siano lodate!

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