Un viaggio tra presente e passato

Brian Weiss nasce a New York, nel 1944. È uno scrittore ma soprattutto psichiatra che, dieci anni dopo essersi laureato alla Columbia University e aver tirocinato alla Yale nel 1970, entra in contatto con un mondo diverso da quello a cui è abituato ma nei confronti del quale non c’era mai stata una sua totale indifferenza: all’area pseudoscientifica comprendente reincarnazione e ipnosi regressiva.

In uno dei suoi libri – “Molte vite, un solo amore” – il dottor Weiss racconta due storie apparentemente separate: quella di Elizabeth, giovane donna in carriera che però a seguito della morte della madre incomincia a vivere una vita in perenne ansia e angoscia, con il chiodo fisso di non essere abbastanza, di essere sempre lei quella sbagliata; e quella di Pedro, un messicano che soffre per la perdita di suo fratello, morto a causa di un incidente. Weiss nota come frequentemente le persone con un gravoso lutto alle loro spalle si rivolgano a lui. L’obiettivo o il sogno di queste persone sarebbe poter rivedere i loro cari o anche solo capire qualcosa di più sulla morte. In questo libro, entrambi i protagonisti ricorrono alla tecnica dell’ipnosi regressiva per trovare ricordi. D’altronde si sa che la morte fa male per chi rimane.

Le vite di Elizabeth e Pedro sono però destinate a intrecciarsi, entrambi raccontano sotto stato d’ipnosi la storia di una delle tante vite precedenti in cui erano stati insieme, sotto forma di padre e figlia, e con il conoscersi poi in questa vita finiranno con l’abbandonare le loro ansie, crescendo. Sia Elizabeth che Pedro riescono ad arrivare, con dolore e fatica, alla radice del loro dolore. Viaggiano nelle loro vite, riconoscono situazioni che hanno contribuito a bloccare la loro anima dall’elevarsi, riconoscono anche persone che hanno ritrovato nelle loro vite attuali, persone che hanno fatto loro del male. La vera forza non star nel far finta di niente, anzi.

Queste storie raccolte da Weiss le sento vicine. Probabilmente perché è uno dei primi libri che ho letto quando ho iniziato a elaborare il lutto per mio padre. Perché anch’io mi sono fatta domande. Quando perdi qualcuno pensi di cadere, ti senti precipitare in un cilindro buio e senza fine, come se tutto ciò che sei riuscito a fare prima di quella perdita venisse meno, ma poi basta poco, anche un semplice sguardo che ti sia familiare per capire che non hai perso ma hai avuto modo di trovare altro, di crescere. Anche se è difficile, soprattutto perché vedi facce che ti guardano con compassione (e daresti uno schiaffone a ognuno pur di farli smettere) o bocche che ti dicono di essere forte, quando in quel momento tutto riusciresti ad essere meno che forte. Ma poi vai avanti.

Non ci sono certezze nella vita, si sa. Le paure possono essere tante, causate dalle più svariate situazioni: un trasferimento, un lavoro da consegnare, una traduzione da perfezionare, il treno da prendere; eppure in ogni cosa che possa causare agitazione, c’è un principio di cambiamento. Nelle più crude domande ci sono le risposte, proprio come dimostra Weiss. Il coraggio più grande è semplicemente quello di abbandonare per un attimo ciò che si crede il “porto sicuro” e trovare quel che si stava cercando.

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