Noi, i giovani Holden

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Una macchina schifa, un libro schifo, una vacanza schifo. Al giovane Holden non piaceva proprio nulla. Nemmeno se stesso. Soprattutto se stesso. “Sono fatto in modo schifo”, diceva. Ma con la parola “schifo” intendeva esattamente una sensazione simile all’odore nauseabondo del cibo andato a male oppure un senso di fastidio per ciò che non è come dovrebbe essere? Holden sentiva di non avere nulla al posto giusto, si sentiva continuamente un pesce fuor d’acqua, senza identità, senza un posto nel mondo. Un caos umano. Ma chi non si è mai sentito, anche solo per un momento, di essere fatto in modo schifo?

Holden ci svela senza tentennamenti che tutti abbiamo una cimice da voler schiacciare dentro di noi, ma che spesso abbiamo paura di sporcarci le mani per eliminarla. Ma c’è anche chi crede di avere tutti i tasselli del puzzle incastrati alla perfezione, per accorgersi solo troppo tardi che il quadro non era completo. Probabile che la cimice si sia mimetizzata talmente bene da ridersela sotto i baffi per averla fatta franca. In un modo o nell’altro, tutti abbiamo una parte di noi che proprio non ci va a genio, quella cimice che se ne sta lì solo a dar fastidio, come le mosche quando sei sdraiato e rilassato sul lettino e vengono a ronzarti nelle orecchie.

Ma Holden non guardava oltre il suo naso, o forse guardava troppo in là per non accorgersi di non rappresentare un’eccezione. Non rappresenta alcuna eccezione essere schifo. Ha pagato con la solitudine il prezzo di voler essere diverso, di voler essere anticonformista. Ma accade sempre così. Per andare contro le regole imposte dalla società se ne vanno a creare inevitabilmente delle altre, e ciò che prima era diverso diventa normale nel senso proprio del termine. E alla fine essere diverso significa esattamente essere normale. Ha rifiutato lo schifo derivante dalla falsità e dal conformismo della società borghese americana del tempo.

Ha rifiutato il mondo e ne ha paura. Paura del futuro. Un buco nero. È così che vede il suo domani il giovane Holden, e con lui, tutti i ragazzi della sua età o poco più. Ragazzi che si sentono tanti piccoli topolini in un labirinto senza vie d’uscita. Alcuni sanno che dovrebbero avere un pezzo di formaggio alla fine del percorso, altri non lo sanno, altri non sanno se lo vogliono. Ma chi lo ha detto che il labirinto ha una sola possibile via d’uscita? L’importante è fare, fare, fare. Sì, ma cosa?

Il giovane Holden una cosa la sapeva bene: voleva fare l’acchiappatore nella segale. Si immaginava di essere su un dirupo, in un mondo senza adulti, con tanti bambini che giocavano spensierati, e appena rischiavano di cadere giù, lui li ritirava su. Voleva salvare delle anime innocenti. È quello che desiderava per lui. Essere salvato. Essere guidato. Essere portato sulla retta via. Essere protetto dalle brutture della vita perché tutti gli aspetti lo mettevano in crisi in quanto non era ancora in grado di guardare bene in se stesso, nel suo modo di essere schifo.

“Ti succede mai di averne fin sopra i capelli? Voglio dire, ti succede mai d’aver paura che tutto vada a finire in modo schifo se non fai qualcosa?”, ci chiede Holden.

“Come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete”, ci risponde Holden.

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