Muoversi politicamente con apoliticità

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Oggi ci troviamo davanti ad uno scenario mediatico impressionante, vasto e forse per questa sua grandezza intimidatorio. Il grande schermo che ci “comunica la verità” pare che possa funzionare in autonomia, indipendentemente dalla nostra volontà.

Forse questa informazione che ci viene rimpinzata in ogni situazione ed in ogni momento ci sta paradossalmente isolando, o forse ci sta formando per un nuovo tipo di società al quale più velocemente di quanto pensiamo stiamo aprendo le porte. In un mondo complesso e nel conseguente incastro meccanico in cui viviamo oggi diventa difficile definire e definirsi. Rispetto a questa considerazione tutti noi siamo assoggettati dall’esistenza di istituzioni nazionali e internazionali, schierate un po’ di là e un po’ di qua, che, delle volte più piano e delle volte più velocemente, stabiliscono in grandi regole generali cosa è giusto e cosa non lo è in un determinato momento storico.

Questo elemento è ovviamente caratterizzato dall’esistenza della politica: “[…] l’insieme di misure aventi il fine di determinare nella popolazione mutamenti spec. in senso quantitativo, intesi cioè ad accrescerla o a limitarla”. Di conseguenza la politica è lo strumento con il quale confrontarsi per ottenere quello di cui una società ha bisogno.

Ma c’è un altro aspetto che va in controversia con il panorama sopra descritto, nei temi di impatto sociale maggiore che stiamo affrontando in questi ultimi anni. Infatti forti movimenti di posizione rispetto a temi come l’immigrazione, la violenza di genere, l’identità di genere preferiscono dichiararsi apolitici. L’apoliticità fondamentalmente dovrebbe definire semplicemente colui o coloro che sono estranei alla politica, che non aderiscono a nessuna fede e che rispetto alla politica non nutrono sentimenti opinionistici. Il disinteresse nei confronti delle forme di governo della società in cui si vive, però, non è in realtà così semplice come la definizione di apolitica appare.

L’essere parte di una società in evoluzione porta necessariamente un individuo a schierarsi, in un’altra ottica invece chi non schiera le proprie opinioni morali potrebbe rimanere in qualche modo lo spettatore passivo della realtà in cui è.

Ma quindi come si spiega un movimento sociale definito apolitico? Appare forse come un paradosso, soprattutto perché in un sistema democratico è quasi indispensabile che ci sia una partecipata attività di schieramento che dia spessore ai criteri di giustizia che sono messi ogni giorno in discussione. Questo evidentemente non designa uno stato di inattività, piuttosto evidenzia un approccio a quello che l’essere umano di natura si trova a vivere come stato di insoddisfazione, nell’attività diversa da quella dell’istituzione riconosciuta.

Indica, quindi, una fetta di popolazione che non si vuole sentire rappresentata dalle forze politiche ormai, nel 2016, che appaiono nel loro modo di agire così lontane dal cittadino comune che preferisce lavorare su temi che reputa più importanti piuttosto che applicarli alla linea politica di quel momento. Questa posizione alternativa descrive, per certi versi, uno stato di mezzo, che scinde dalla macchina del sistema sociale tutto quello che è la legge scritta, come etichettavano nell’antica Grecia, concentrando tutta l’importanza nella legge divina, etica, morale.

Allo stesso tempo però la valenza che la politica ha nella vita dell’uomo è imprescindibile dall’esistenza dell’uomo stesso. Essa dà sfogo all’esigenza partecipativa della vita sociale. Per questo motivo un soggetto apolitico, fondamentalmente, si schiera dalla parte delle sue ragioni rifiutando – ironicamente – per partito preso di essere definito da altri, essendosi lui per primo detto indefinibile da un punto di vista che rinnega.

Il pensare di poter affrontare i problemi sociali, o di discutere di diritti dell’uomo senza tirare in ballo la politica racconta forse di uno degli ultimi scogli al quale l’uomo si è aggrappato pur di differenziarsi, pur di scappare dal meccanismo sociale nel quale si è rinchiuso nel tempo. Non si può né dire né sapere se l’apoliticità possa divenire un’alternativa concreta in un mondo che non funzioni su base istituzionale, allo stesso tempo però, nel mondo visto da un punto di vista meno astratto, tutti noi facciamo politica ogni volta che confrontiamo il nostro pensiero con gli input esterni che ci travolgono in ogni momento come tsunami incontrollabili. Di conseguenza l’esistenza della politica implica che ogni individuo sia modellato in considerazione della società, e che quindi le sue scelte avvengano di conseguenza a scelte comuni.

Per questo il soggetto apolitico, rispetto a questa realtà, pur muovendosi – per quanto voglia – svincolato da ogni opinione in merito al potere ne è comunque fortemente assoggettato. Di conseguenza colui che dichiara di non interessarsi al modello di incastro sociale in cui vive, diventa oggetto della maggioranza che crede, o dice, di non appoggiare.

In conclusione, in un mondo così complesso come quello odierno nel quale la politica ha perso il suo spessore sociale, sempre di più sentiamo parlare di queste realtà che cercano svincoli alle convenzioni infiltrandosi in strade probabilmente senza uscita. Un modo per ribellarsi al pensiero accademico, consolidato che la partecipazione collaborativa sia una virtù: trasportandosi in una realtà più piccola con meno ostacoli dati dall’identificazione diretta, nascondendo le proprie opinioni dietro una maschera apparentemente inattaccabile.

L’apoliticità è quello strumento che adopera chi, con ostinazione, rifiuta di essere libero rispetto alle libertà che gli sono concesse; cercando la propria nella scelta autopunitiva di non usufruirne. Data la politica come caratteristica umana. Oppure è la conseguenza dell’intuizione che la cattiva politica ci stia allontanando dal pensiero critico rispetto alla convivenza sociale, che ci isola sempre di più. Soli con mille risposte e interessati a nessuna domanda.

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