Io sono Marta, io sono te

Una distesa di fango e lamiera si estende a perdita d’occhio. Capre e galline rovistano nella plastica per cercare qualche scarto con cui nutrirsi. Un fumo grigio-verde si innalza dal terreno, per via dell’immondizia che viene interrata, perché le strade ne sono già piene in ogni angolo, perchè i bacini delle fogne a cielo aperto sono ormai intasati.

Forse Kibera (Nairobi, Kenya) è lo slum più grande del mondo, o forse non lo è: non si riesce nemmeno a calcolarne la popolazione che, secondo le stime, oscilla tra i 170mila e i 2,5milioni di abitanti, per l’imbarazzo di ogni censitore. L’abitante-tipo di Kibera è sieropositivo, condivide una latrina con 50 altre persone, ha una speranza di vita di 30 anni e obbliga almeno una donna della sua famiglia a prostituirsi quotidianamente, in cambio di cibo. Sniffa colla sin da quando era bambino perché tutti gli altri bambini lo facevano. Trascorre le sue giornate disteso per terra con gli stimoli vitali ridotti al minimo, perché la malnutrizione, la malattia e la tossicodipendenza gli hanno distrutto, tra le altre cose, il sistema nervoso.

Marta, invece, è una studentessa universitaria figlia della classe media portoghese. Con qualche piccolo sacrificio, nonostante la crisi, riesce a terminare gli studi, ma non le è mai mancato niente. Marta studia Cooperazione, non sopporta le ingiustizie e ama viaggiare. È una persona piena di energia; energia che vuole dedicare alle cose in cui crede, senza pensarci troppo: è impulsiva, e forse anche un po’ incosciente. E’ stata forse questa sua caratteristica che l’ha portata a spendere quei pochi soldi che aveva minuziosamente risparmiato per un viaggio in Kenya.

Marta trascorre tre mesi a Kibera come volontaria: nulla sarà più come prima. “Nel mio mondo fatto di libri e documentari tutto questo non c’era”, dice spesso, “Qualcosa, in me, era cambiato irreversibilmente. Non potevo permettere che tutto questo accadesse. Come potevo tornare a casa e vivere tranquillamente, come se non avessi visto nulla?”.

Così Marta torna in Portogallo, improvvisa una goffa raccolta fondi e vola a Kibera. Questa volta, però, decide di restarci. Con pochi finanziamenti e ancora meno esperienza, all’età di 23 anni, fonda “From Kibera With Love”, un’associazione dedicata all’erogazione di servizi all’infanzia. Dopo mille sfide e altrettanti ostacoli, Marta riesce a pagare la retta scolastica per sedici bambini, ai quali offre anche un pasto al giorno. Quattro anni dopo, Marta riesce a quintuplicare il suo impegno, accogliendone ottanta, ai quali garantisce anche vaccini contro il colera e il tifo.

Marta non dimostra ventisette anni. Ha il viso scavato e le rughe profonde. Ha uno sguardo pacato e calmo: quello sguardo di chi ha trovato la sua ragione di vita, quello sguardo che ti legge dentro e ti fa sentire nudo. Ma questo piccolo miracolo non è qualcosa di irraggiungibile: Marta potrebbe essere la ragazza della porta accanto; potrebbe essere lo scrittore di questo articolo, potrebbe essere il lettore. Non sono necessarie qualità o compentenze specifiche affinché storie come queste accadano.

Il “dono” di Marta appartiene a tutti, in realtà: avere delle proprie aspirazioni intrinseche e profonde è nella natura umana stessa. E queste non devono necessariamente avere una vocazione umanitaria o di sacrificio; non esistono storie più o meno straordinarie, bensì gesti e azioni compiuti nel rispetto della propria natura, delle proprie aspirazioni, della propria voglia di mettersi in gioco. Ciò che realizza lo straordinario, in realtà, è sapersi ascoltare e non aver paura di intraprendere la propria strada.

Davide Germondari

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *