Disturbi della creatività

image1

La creatività è la capacità di trascendere dall’ordinario, può essere quindi definita come un istinto che non ha limiti, regole o confini. Proprio da questo principio è possibile intravedere tramite le loro opere l’anima di coloro che creano, inventano ed innovano pensando fuori dagli schemi.

Queste opere possono identificarsi come produzioni fuori dal tempo e dallo spazio, alcune addirittura in bilico tra genio e follia. Due qualità il cui rapporto ha ispirato numerosi e importanti studi sulla relazione, spesso in atto, tra i disturbi della personalità e la produzione di un’artista.

E’ facile ritrovare questi aspetti in Vincent Van Gogh, per il quale la rigida educazione religiosa ricevuta dal padre pastore protestante ed un’innata fragilità psicologica gli impedirono di adattarsi ad un mondo che sentiva sempre più estraneo ed incomprensibile. L’ inconfondibile stile caratterizzato da pennellate pregne di tinte accese e contrastanti, i contorni marcati, la prevalenza dei colori giallo e blu indicano un’intima angoscia e un vigoroso desiderio di creare un mondo in cui finalmente sentirsi in pace.

Meno celebre al grande pubblico ma altrettanto interessante è il caso di Antonio Ligabue o altrimenti detto “el matt” (il matto). Nato a Zurigo nel 1899 da una ragazza madre italiana, venne però successivamente affidato ad una coppia indigente, costretta a spostarsi di continuo in cerca di lavoro. Iniziò così per lui la lunga odissea di nomadismi, sradicamenti, violenze e abbandoni.

Selvatico, solitario, timido, insolente, sporco e soggetto a crisi depressive che lo portarono a diversi ricoveri psichiatrici. Il primo ingresso in manicomio avvenne nel 1917 a soli 18 anni, dopo una grave crisi di nervi, l’ultimo nel 1945 a Reggio Emilia. Povertà ed ignoranza fecero il resto.

Le opere di Ligabue raffigurano piante, contadini, animali principalmente predatori nel pieno del loro atto virulento, di sopraffazione, aggressione e rabbia senza filtri. Esatta trasposizione dei sentimenti che l’artista provava nei confronti di una società che non lo accettava e in cui non ha mai imparato a stare. Esorcizzava la paura attraverso la rappresentazione della forza, evocando la bestia da dominare e nella quale incarnarsi in un processo di metamorfosi schizofrenica.

Interessante il paragone tra i due, in cui è possibile scorgere delle somiglianze importanti sia stilistiche che di vita vissuta. Tuttavia, ad essere affascinante è l’analisi di come l’arte divenga non soltanto espressione di un rigurgito emotivo ma un mezzo per rendere costruttivo un istinto invece distruttivo: Van Gogh voleva attraverso le sue raffigurazioni che la sua idea di mondo, in cui non sentirsi più estraneo ma finalmente parte, diventasse anche per un attimo reale e non più solo un’allucinazione.

Per Ligabue, invece, l’arte non era tanto un rifugio, quanto piuttosto un veicolo della sua follia, la quale risiedeva proprio nella sua fragilità che lo esponeva all’emarginazione. La pittura era qualcosa a cui appartenere, da cui lasciarsi definire: in un estremo tentativo di imporre la sua scomoda personalità.

image2

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *