Cicerone pro domo sua: apologia del rudere più bello del mondo

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Nel 57 a.C. Marco Tullio Cicerone pronunciò questa celebre orazione davanti al collegio dei pontefici per riottenere dei possedimenti che gli erano stati tolti con l’esilio. Andando oltre il mero fine utilitaristico del “pater patriae”, che voleva soltanto riavere indietro i suoi beni immobili per ricostruirvi una dimora, possiamo prendere in prestito il famosissimo incipit e provare a fare noi un’apologia dell’urbe; come fossimo i figli, come fossimo gli amanti; da veri “cives romani”. Si perché Roma non è come tutte le altre, come può esserlo una città che ha raggiunto la vetta del globo terracqueo duemila anni or sono? E allora noi oggi siamo ancora qui, su quei colli, passeggiando per quelle strade dove un Cesare magari fu assassinato o dove Cleopatra lanciò una bottiglia del suo preziosissimo profumo perché arrabbiata con Marcantonio.

E queste tracce si trovano ancora oggi nelle strade, nelle piazze, nei piccoli vicoli o in qualche scorcio segreto che se riesci a trovare esclami: “Ah, ma questa è Roma!”. E non è solo nei luoghi dell’urbe che dobbiamo spingere il nostro sguardo. Soffermiamoci sui suoi abitanti; eredi di una memoria antica, densa, pastosa, a tratti violenta, ma che non ti lascia mai veramente solo. I romani hanno un comune carattere forgiato dalla memoria collettiva della loro città: veraci, pelandroni, spacconi, fanfaroni, sinceri, buoni d’animo, ospitali e leali fin troppo sono i sommi sacerdoti di un culto che affonda le sue radici nel mito; il culto della dea Roma. Quando per strada, sull’autobus, in treno, allo stadio, ovunque voi siate (perfino se è un pensiero che si rincorre nella vostra testa) sentite qualcuno che la maltratta, che dice che è sporca o che è chiassosa o confusionaria o sovraffollata o chi più ne ha più ne metta, ricordategli dove si trova, fatelo voltare e vedrà anche lui “…vestigia di una magnificenza e di uno sfacelo tali, che superano l’una e l’altro, la nostra immaginazione.” come diceva Goethe nel suo celebre viaggio in Italia.

Il genio teutonico di Francoforte sul Meno infatti può spiegare meglio di chiunque altro, anche ai romani stessi che ogni tanto se lo dimenticano, le mille contraddizioni di questa città e il motivo del suo essere così controversa. Crocevia del vivere umano, la capitale è metropoli urbana dal primo secolo dopo Cristo, connubio di razze e civiltà prima ancora che ci fosse uno stato, una lingua, una nazione. Roma è il primo melting pot culturale della storia, un posto dove un fenicio poteva parlare con un bretone del problema del brigantaggio intorno alla città di Tiro, dove Raffaello discuteva con il Bramante sul problema della cupola della chiesa di Santa Maria in Traspontina, dove Pasolini raccontava a Gadda dell’ultimo goal segnato giocando a calcio nelle borgate romane. E se dovessimo noi tirar barbaramente le somme, in fondo, dovremmo ritenerci fortunati a vivere qui. I disagi, grandi o piccoli che siano, sono un piccolo prezzo da pagare, un fiorino di “troisiana” memoria da mettere nelle calde mani di mamma Roma.

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