Trump: il paradosso della post-verità

Sono passati ormai diversi giorni dal primo confronto pubblico tra i candidati presidente degli Stati Uniti, Hillary Clinton e Donald Trump. I due si sono scontrati e confrontati su vari argomenti, dalle condizioni di salute dei valori americani, alla prosperità del Paese fino ai temi sulla sicurezza. I media l’indomani del confronto hanno gridato alla vittoria netta della Clinton e sembra anche che gli ultimi sondaggi gli diano ragione. Infatti pare che la candidata democratica abbia guadagnato circa il 3% dopo lo scontro televisivo.

Ma se analiziamo la strategia comunicativa adottata da Donald Trump dall’inizio della sua campagna elettorale ad oggi, è evidente come il dibattito abbia preso proprio la piega che lo staff del candidato Repubblicano aveva sperato, spostando il focus sulla “cattiva esperienza” nei 30 anni di politica della Clinton e presentandosi – come spesso “l’uomo estraneo” alla politica, pronto a rottamare e rinnovare il sistema.

Donald Trump in effetti non può vantare il background politico dell’ex first lady che oltre al merito di essere stata la first lady del 42° Presidente degli Stati Uniti, ha ricoperto prima il ruolo di Senatrice poi quello di Segretario di Stato nell’amministrazione Obama.
Di questa politica a metà tra il naif e il politically incorrect Trump ne ha fatto il suo cavallo di battaglia, ma se andiamo a ripercorrere la storia del businessman di Manhattan scopriamo che non è la prima volta che si parla di corsa alla Casa Bianca. Infatti già nel 2000 si ipotizzava una candidatura alla Presidenza con il non fortunato Partito della Riforma, la notizia smentita poco dopo, tornò a circolare dieci anni più tardi, nel 2010, in vista delle elezioni del 2012, ma dopo diversi comizi ed interviste dichiarò di “non sentirsi pronto ad abbandonare il settore privato” decisione influenzata anche dai pessimi risultati nei sondaggi. L’idea di sedere nella stanza ovale sembra essere rimbalzata per circa quindici anni nella testa del magnate ed ora vede la reale possibilità. Trump ha dichiarato di essere pronto ad investire fino a un miliardo di dollari sulla sua candidatura, ha già speso circa due milioni solo in magliette, cartelloni per i giardini ma soprattutto cappellini con la scritta: “Make America great again”.
Il vero punto di forza della sua campagna non sono però i fondi di investimento, bensì la sua strategia di comunicazione, infatti dal giorno dell’annuncio della discesa in campo, non ha fatto altro che balzare all’onore delle cronache per il suo approccio totalmente sfacciato e diretto di utilizzare il medium.

A capo della comunicazione, troviamo la misteriosa figura di Hope Hicks, 27enne di Greenwich con un curriculum che non si direbbe preparato alla carica che si trova ad occupare, ma la strategia scelta sembra funzionare fino ad ora.
La Hicks ed il suo staff hanno traslato la comunicazione del modello di self-made man dell’imprenditoria a quella di politico rendendo così le idee portate avanti dal candidato non innovative rispetto a quelle del Partito Repubblicano, ma più radicali, eliminando ogni filtro ed ogni compromesso adottando un linguaggio elementare e lontano dal politcamente corretto.

Nell’epoca in cui i fatti non sembrano contare più di tanto, Trump ed il suo staff hanno capito di essere liberi di sguazzare nella post-verità -termine coniato da Ralph Keyestra affermazioni false fatte con cognizione di causa, ciò gli permette di gridare con convinzione ciò che più gli fa comodo, senza che la sua credibilità possa risentire delle operazioni di fact-checking, poiché nel momento del rifiuto del sistema Trump continua a sfruttare l’insofferenza del suo elettorato e a ripetergli, sfruttando tutti i suoi potenti mezzi di comunicazione, tutto ciò che vuole sentirsi dire.

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