Fuocoammare: La scelta giusta

La corsa all’Oscar è iniziata e l’Italia insieme agli altri Paesi Europei è stata chiamata a selezionare una pellicola da mostrare all’academy americana per poter essere nominata nella categoria “miglior film straniero”.
Tra i contendenti si è aggiudicata (a scapito dei favoriti “Lo Chiamavano Jeeg Robot”, “Suburra” e “Perfetti Sconosciuti”) tale selezione il film documentario di Gianfranco Rosi “Fuocoammare”, già vincitore dell’orso d’oro al festival del cinema di Berlino, che tratta dell’argomento migranti in maniera sapiente e con una sensibilità unica.
“Poveri cristiani”. È la zia di Nello a parlare, voce radiofonica di Lampedusa, uno dei protagonisti del film. Già da qui intravediamo tutta la delicatezza con la quale Rosi tratta un argomento difficile, crudele e troppo spesso ignorato.

Il film si svolge interamente a Lampedusa, isola della Sicilia, anche se di fatto più vicina all’africa (come ricorda Rosi all’inizio della pellicola), tra il mare e la vita a terra- tra gli sbarchi degli immigrati e la vita di Samuele, un ragazzino di 12 anni, figlio di pescatori a cui piace andare a caccia con la fionda. E ancora la bellezza subacquea dell’isola testimoniata dalle scene girate con il sub alternate con quelle del medico Pietro Bartolo che racconta l’orrore di questa tragedia e dei suoi sogni notturni sulle ispezioni ai cadaveri dei migranti che non ce l’hanno fatta. Troviamo poi il conduttore radiofonico Nello che racconta ogni giorno in radio le storie degli esseri umani che tentano la traversata.

Si, esseri umani. Perché per quanto siamo abituati a guardare alle loro vicende in maniera distaccata, come il regista ci fa intuire dalla lunga inquadratura di un giovane migrante attraverso un vetro, stiamo parlando di persone che lottano per vivere ogni giorno. Questo punto è decisivo nella riuscita del film, in quanto questa volta il punto di vista non è alienato come quello in “Sacro Gra”, il precedente film di Rosi, ma è posto in mezzo agli immigrati e gli abitanti dell’isola, raccontando le diverse storia con una profonda intimità capace di far sembrare meno cruente anche le scene di morte, inevitabili in una pellicola che narra la più grande tragedia del nostro millennio.

Le riprese sono durate un anno, nel quale Rosi ha vissuto a Lampedusa insieme al montatore del film, al quale è stato chiesto di assemblare le scene sul posto in modo di non perdere il contatto emotivo con quel mondo.
La scelta di questa pellicola per rappresentare la nostra nazione alla premiazione più importante del cinema pop, è un’ottima possibilità non solo per aggiudicarci il secondo premio in te anni, in modo da ribadire la bellezza del cinema italiano, ma per portare alla coscienza dei cittadini di tutto il mondo il più grande genocidio della nostra epoca.

In un mondo in cui l’intolleranza, l’odio e la xenofobia si diffondono come virus, film come questo possono essere i nostri antibiotici, portatori invece di inclusione e rispetto per chi scappa da guerre, fame e povertà.

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